CSR MAGAZINE
8 Luglio 2026
Perché la gestione dell’acqua è diventata una priorità strategica per le imprese
Quando si parla di sostenibilità aziendale, il dibattito si concentra spesso su cambiamento climatico, decarbonizzazione ed efficientamento energetico. C’è però un’altra risorsa che sta assumendo un ruolo sempre più strategico per la competitività delle imprese: l’acqua.
La crescente pressione sulle risorse idriche, aggravata dagli effetti del cambiamento climatico, sta trasformando la disponibilità di acqua in un fattore di rischio per interi settori produttivi. Per le aziende, questo significa confrontarsi con possibili interruzioni della supply chain, aumento dei costi, maggiore esposizione ai rischi operativi e nuove aspettative da parte di investitori, clienti e stakeholder.
In questo contesto, la gestione dell’acqua non può più limitarsi al monitoraggio dei consumi all’interno dei propri stabilimenti. È necessario adottare una visione più ampia, che coinvolga l’intera catena del valore e integri la risorsa idrica nelle strategie di sostenibilità e di gestione del rischio.
Una risorsa sempre più scarsa
Sebbene circa il 70% della superficie terrestre sia coperta dall’acqua, solo il 2,5% è costituito da acqua dolce. Di questa, oltre il 99% non è facilmente accessibile, perché contenuta nei ghiacciai, nelle calotte polari o nelle falde acquifere profonde. Le risorse realmente disponibili per il consumo umano, l’agricoltura e l’industria rappresentano quindi una quota estremamente limitata.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono gli effetti del cambiamento climatico e l’eccessivo sfruttamento delle falde acquifere. Secondo i dati ISTAT, circa il 70% dei principali acquiferi mondiali è in declino e quasi il 40% dell’acqua utilizzata per l’irrigazione proviene da falde in progressivo esaurimento.
Non si tratta quindi di uno scenario futuro, ma di una criticità già in atto, destinata ad avere ripercussioni sempre più significative anche sul sistema economico.
L’Italia è tra i Paesi europei più esposti
Il tema riguarda da vicino anche il nostro Paese. Secondo il Libro Bianco “Valore Acqua” di The European House – Ambrosetti, l’Italia è il primo Paese europeo per prelievi di acqua a uso potabile ed è classificata tra le aree a stress idrico medio-alto. Ogni cittadino consuma mediamente circa 424 litri di acqua al giorno, un valore superiore alla media europea.
A questo si aggiungono le criticità delle infrastrutture: secondo i dati ISTAT, oltre il 42% dell’acqua immessa nella rete idrica viene disperso prima di raggiungere gli utenti finali, pari a circa 3,4 miliardi di metri cubi ogni anno.
Per il mondo imprenditoriale tutto questo si traduce in un aumento della vulnerabilità dei processi produttivi. La disponibilità della risorsa idrica, infatti, influenza sempre più la continuità operativa, la pianificazione degli investimenti e la capacità delle imprese di adattarsi a un contesto in rapido cambiamento.
Il vero consumo d’acqua si nasconde nella filiera
Quando un’azienda misura i propri consumi idrici, fotografa soltanto una parte del proprio impatto. Per molti settori, infatti, la quota più significativa dell’impronta idrica è legata alle attività svolte dai fornitori: dalla coltivazione delle materie prime ai processi di trasformazione, fino alla produzione dei componenti.
Secondo le analisi riportate da LifeGate, fino al 90% dell’acqua associata a un prodotto può essere utilizzata nelle prime fasi della filiera, ben prima che il prodotto arrivi nello stabilimento dell’azienda che lo commercializza.
Questo significa che limitarsi a monitorare i consumi diretti non è più sufficiente. Comprendere dove si concentrano gli impatti e collaborare con i fornitori diventa un elemento fondamentale per ridurre i rischi e migliorare la resilienza dell’intera catena del valore.
Non a caso, le imprese che coinvolgono la propria supply chain nella gestione delle risorse idriche hanno una probabilità sette volte maggiore di identificare tempestivamente i rischi legati all’acqua. Ciò evidenzia come un monitoraggio esteso all’intera filiera consenta di individuare con maggiore efficacia criticità connesse ai prelievi, agli scarichi, alla disponibilità della risorsa e alla conformità normativa, favorendo l’adozione di misure preventive e rafforzando la capacità di adattamento dell’impresa.
Il reporting di sostenibilità come strumento di governance
L’evoluzione del quadro normativo in materia di rendicontazione di sostenibilità sta spingendo le imprese ad adottare un approccio più strutturato alla gestione delle risorse idriche, integrando la valutazione dei rischi e degli impatti lungo l’intera catena del valore. Non si tratta semplicemente di rendicontare quanti metri cubi vengono consumati ogni anno, ma di comprendere come la disponibilità della risorsa possa influenzare il modello di business e, allo stesso tempo, quali impatti l’azienda generi sui territori e sugli ecosistemi in cui opera.
Al fine di integrare temi rilevanti – come la gestione dell’acqua – nei processi decisionali, le aziende possono ricorrere a strumenti come l’analisi di doppia materialità, che consentono di valutare sia i rischi finanziari legati alla scarsità della risorsa sia gli impatti ambientali generati lungo l’intera catena del valore.
Il reporting diventa quindi un’opportunità per raccogliere dati affidabili, definire indicatori di performance, stabilire obiettivi di miglioramento e coinvolgere progressivamente la filiera in un percorso condiviso di sostenibilità.
Dall’Agenda 2030 alla strategia aziendale
La gestione sostenibile dell’acqua è al centro del Goal 6 dell’Agenda 2030, ma le sue implicazioni si estendono ben oltre questo obiettivo. Una governance efficace delle risorse idriche contribuisce infatti anche alla promozione di modelli di produzione e consumo responsabili (Goal 12 – Consumo e produzione responsabili), al rafforzamento della resilienza ai cambiamenti climatici (Goal 13 – Lotta contro il cambiamento climatico) e allo sviluppo di sistemi produttivi più innovativi e sostenibili (Goal 9 – Imprese, innovazione e infrastrutture).
Per le imprese, questo significa trasformare un tema ambientale in una leva di competitività. Misurare il consumo d’acqua rappresenta solo il punto di partenza. Il vero valore nasce quando queste informazioni vengono utilizzate per orientare le decisioni aziendali, identificare le aree di maggiore esposizione al rischio e costruire filiere più trasparenti e resilienti.
In un contesto in cui le risorse naturali sono sempre più sotto pressione, gestire l’acqua non significa soltanto ridurre gli impatti ambientali. Significa rafforzare la capacità dell’impresa di creare valore nel lungo periodo, anticipando i rischi e cogliendo le opportunità che la transizione verso modelli di business più sostenibili rende oggi sempre più concrete.
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