CSR MAGAZINE
5 Marzo 2026
Obiettivo 2040: il nuovo traguardo climatico dell’UE
Lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha approvato un nuovo obiettivo intermedio e vincolante, confermando di fatto la revisione della European Climate Law. Il target stabilisce una riduzione del 90% delle emissioni nette di gas a effetto serra (GHG) entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Questo traguardo rappresenta un ponte essenziale tra l’obiettivo del -55% previsto per il 2030 e la neutralità climatica fissata al 2050.
In un contesto geopolitico instabile e con filiere industriali sotto pressione, però, la nuova ambizione solleva interrogativi concreti. Il sistema produttivo europeo è pronto a sostenere questo sforzo? Confindustria ha già manifestato perplessità, giudicando il target eccessivamente gravoso e chiedendo correttivi mirati.
Dal lato delle istituzioni europee, invece, l’obiettivo intermedio viene considerato essenziale per mantenere la rotta verso la neutralità climatica. Allo stesso tempo, i deputati si sono espressi a favore delle flessibilità introdotte dalla Commissione, chiedendone un ampliamento per garantire un percorso sostenibile anche sotto il profilo economico.
Cosa prevede il nuovo obiettivo intermedio?
Il -90% non equivale a una riduzione “secca” delle emissioni. Il target è infatti calcolato in termini netti: alle emissioni residue possono essere sottratti gli assorbimenti naturali (come foreste e suoli) e quelli tecnologici.
Per attenuare l’impatto economico, il quadro normativo introduce tre pilastri di flessibilità, che però diluiscono l’efficacia normativa del target.
I Pilastro: Crediti internazionali
A partire dal 2036 sarà possibile coprire fino al 5% dell’obiettivo attraverso crediti esteri, rispetto al 3% inizialmente proposto. Nella versione originaria, gli Stati membri avrebbero dovuto garantire almeno l’87% della riduzione tramite interventi domestici, contro l’85% ora previsto. I crediti utilizzabili dovranno però rispettare criteri stringenti: alta qualità, conformità all’Accordo di Parigi e applicazione limitata ai settori non coperti dall’ETS (Emission Trading System). Questo meccanismo rischia di spostare parte dell’impegno climatico fuori dai confini nazionali, rallentando gli investimenti nella decarbonizzazione domestica.
II Pilastro: Rimovibilità permanente
Il secondo pilastro riguarda l’impiego di tecnologie di rimozione del carbonio generate entro i confini dell’UE. Tra queste rientrano, ad esempio, la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) e la cattura diretta dall’aria (DAC). Questi strumenti potranno compensare le emissioni dei settori “hard-to-abate” all’interno del sistema ETS. L’obiettivo dichiarato è conciliare decarbonizzazione e competitività industriale, sostenendo le filiere più esposte nella fase di transizione.
III Pilastro: Rinvio dell’ETS2
L’entrata in vigore dell’ETS2, il sistema che estende il prezzo del carbonio a edifici e trasporto stradale, è stata posticipata al 2028. Il meccanismo interesserà le emissioni derivanti dalla combustione di carburanti in questi comparti, con impatti diretti su famiglie e imprese.
Il posizionamento dell’Italia e le criticità espresse da Confindustria
Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha accolto positivamente l’introduzione delle flessibilità:
“La transizione ecologica è possibile purché pragmatica. […] Le flessibilità introdotte nella legge clima approvata oggi dal Parlamento Europeo rendono la norma decisamente migliore rispetto a quella proposta dalla Commissione Europea”.
Di segno opposto la posizione di Confindustria, che teme un rischio concreto di deindustrializzazione. Le criticità sollevate si concentrano innanzitutto sull’asimmetria del carbon pricing a livello globale: oggi meno del 25% delle emissioni mondiali è soggetto a una forma di tassazione e il divario nel prezzo della CO₂ tra Unione europea e altri Paesi rischia di tradursi in una perdita di competitività per le imprese europee. A questo si aggiunge la richiesta di una sospensione temporanea degli obblighi ETS per i settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale, misura che dovrebbe restare in vigore fino alla concreta disponibilità di tecnologie mature e scalabili. Infine, viene ribadita l’esigenza di garantire una reale neutralità tecnologica, destinando in modo mirato e vincolato i proventi delle aste ETS al sostegno degli investimenti nei comparti manifatturieri, così da evitare che il costo delle emissioni si trasformi in un mero onere fiscale privo di ritorno industriale.
Meccanismi di monitoraggio e revisione
Il testo attende ora la ratifica formale del Consiglio. Nel frattempo, la Commissione ha previsto una revisione biennale per valutare l’andamento del percorso.
La verifica non si limiterà ai progressi ambientali, ma considererà anche:
- dati sulla competitività industriale e dipendenza tecnologica;
- andamento dei prezzi dell’energia e ricadute sociali;
- sviluppo delle tecnologie di rimozione rispetto ai target fissati.
Questa clausola consente eventuali ricalibrazioni degli strumenti attuativi o, in casi estremi, dell’obiettivo stesso, qualora le condizioni di mercato o la stabilità del sistema produttivo risultassero compromesse. La meta è definita, ma il percorso resta modulabile.
