CSR MAGAZINE
13 Febbraio 2026
Direttiva Drinking Water: i nuovi limiti in vigore dal 2026
Dopo la CBAM e la nuova versione dello Standard di Responsabilità Sociale, con il nuovo anno scatta un ulteriore obbligo a livello europeo. A partire da gennaio 2026, ogni Paese membro dell’Unione Europea sarà infatti tenuto a monitorare i livelli di PFAS nelle acque potabili, per garantire il rispetto dei nuovi limiti introdotti dalla Direttiva Drinking Water, che disciplina la qualità delle acque destinate al consumo umano nell’UE.
Tema che è oggi al centro di un’evoluzione normativa che intreccia tutela ambientale, salute pubblica e responsabilità delle organizzazioni. In questo quadro, gli aggiornamenti della Direttiva Drinking Water sui PFAS non rappresentano solo un adeguamento tecnico dei sistemi di controllo, ma un segnale chiaro di come i temi ambientali stiano assumendo un ruolo sempre più strutturale nei processi decisionali e di rendicontazione, in particolare per le organizzazioni chiamate a misurare e comunicare i propri impatti.
L’Italia avrebbe dovuto allinearsi già dal 13 gennaio 2026, ma ha scelto di rinviare l’applicazione delle nuove regole al 13 luglio 2026. La motivazione ufficiale è quella di concedere più tempo ai gestori del servizio idrico per adeguarsi ai nuovi requisiti normativi.
Cosa sono i PFAS?
PFAS è l’acronimo di sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, composti organici sintetici che, grazie alle loro proprietà idrorepellenti e oleorepellenti, sono ampiamente utilizzati in numerosi processi industriali e prodotti di uso quotidiano.
Queste stesse caratteristiche chimiche li rendono però estremamente persistenti nell’ambiente, al punto da essere comunemente definiti forever chemicals: sostanze che non si degradano naturalmente e che possono rimanere nell’ecosistema per decenni. Proprio per questa persistenza, i PFAS sono oggi considerati tra gli agenti contaminanti più pervasivi.
Perché non venivano monitorati prima?
Se i PFAS sono inquinanti così persistenti, perché la loro presenza non è stata monitorata in modo sistematico fino a oggi? In realtà, l’aggiornamento della direttiva rappresenta un’ulteriore restrizione rispetto ai limiti già introdotti con la Drinking Water Directive del 2020, che ha sostituito la precedente normativa europea del 1998.
Quest’ultima non contemplava affatto il monitoraggio dei PFAS, riflettendo una conoscenza scientifica allora ancora limitata sull’impatto sanitario e ambientale di queste sostanze.
I nuovi parametri in vigore
Da luglio 2026, dai rubinetti italiani dovrà scorrere acqua potabile conforme a due nuovi parametri:
- 0,50 µg/L come valore di parametro per i “PFAS totali”, intesi come la concentrazione complessiva delle sostanze per- e polifluoroalchiliche rilevabili;
• 0,10 µg/L come valore di parametro per la “somma di PFAS”, calcolata su un elenco di 20 specifiche sostanze individuate dalla Direttiva (UE) 2020/2184 sulla base di criteri di rilevanza tossicologica, diffusione e misurabilità analitica.
L’esposizione prolungata ad alcuni PFAS è stata oggetto di numerosi studi scientifici che hanno evidenziato associazioni statistiche con effetti avversi sulla salute, tra cui un aumento del rischio di infertilità, diabete, osteoporosi e allo sviluppo di diversi tipi di tumore.
Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha rilevato un aumento significativo dei casi di elevata concentrazione di PFAS nelle acque dolci. Questo trend ha reso necessario l’aggiornamento della Direttiva Drinking Water, con l’obiettivo di preservare la salubrità degli acquedotti europei e prevenire una diffusione su larga scala di questi contaminanti.
La direttiva è pensata per attivare misure tempestive, come la chiusura dei pozzi contaminati, il divieto di utilizzo dell’acqua per scopi umani e agricoli e l’adozione di tecnologie specifiche per la riduzione delle concentrazioni di PFAS.
Secondo i dati forniti da Greenpeace, basati su una raccolta di 260 campioni di acqua provenienti da oltre 200 città, il PFOA (acido perfluoroottanoico), classificato come cancerogeno, risulta essere l’inquinante più diffuso all’interno del campionamento.
Una proroga che non cambia la sostanza
Alla luce di questi dati, appare evidente che, nonostante il rinvio deciso dal Governo italiano, la rete degli acquedotti nazionali necessita di un adeguamento strutturale alle nuove disposizioni. La Direttiva Drinking Water non introduce un vincolo formale fine a sé stesso, ma risponde a un’esigenza concreta di tutela della salute pubblica.
Il differimento temporale può offrire margine operativo ai gestori, ma non modifica la direzione intrapresa dall’Unione Europea: il controllo dei PFAS nell’acqua potabile non è più una misura preventiva opzionale, bensì un requisito imprescindibile per garantire la sicurezza delle risorse idriche nel medio e lungo periodo.
Dietro ai nuovi limiti sui PFAS non ci sono solo soglie e parametri, ma una crescente attenzione verso ciò che entra nei sistemi idrici e nei processi produttivi.
In questo spazio, fondato su dati affidabili e decisioni gestionali consapevoli, la qualità dell’acqua supera l’ambito tecnico e diventa un elemento di trasparenza nel rapporto tra organizzazioni e territori.
4 Febbraio 2026
