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Passaporto Digitale di Prodotto (DPP): tutto ciò che c’è da sapere per il 2026

E se non solo le persone avessero un passaporto, ma anche i prodotti?

Un passaporto racconta chi siamo, da dove veniamo, il nostro percorso. Allo stesso modo, il Passaporto Digitale di Prodotto (Digital Product Passport o DPP) nasce con l’obiettivo di raccontare la “vita” di un bene: dalla progettazione alla produzione, fino all’utilizzo e alla fine del ciclo di vita. Non si tratta “solo” di un esercizio di trasparenza, ma di uno strumento concreto per rendere le filiere più tracciabili, comparabili e, soprattutto, migliorabili.

Il DPP è stato introdotto nell’ambito del Regolamento Ecodesign per i Prodotti Sostenibili (ESPR – Regolamento UE 2024/1781), entrato in vigore il 18 luglio 2024, e rappresenta uno dei pilastri della strategia europea per l’economia circolare. L’implementazione operativa del DPP avviene tramite atti delegati per categoria di prodotto, che al 31 marzo 2026 risultano in gran parte ancora in fase di definizione e non pienamente adottati.

Cos’è il Passaporto Digitale di Prodotto?

Il DPP è un insieme strutturato di dati digitali, accessibili tramite tecnologie come QR code o tag NFC, che accompagnano il prodotto lungo tutta la filiera.
L’obiettivo è rendere disponibili informazioni affidabili e verificabili a diversi attori: aziende, autorità di controllo, operatori della filiera e consumatori.

Tra i principali dati contenuti nel passaporto troviamo:

  • la composizione e materiali, inclusa la provenienza delle materie prime;
  • l’impatto ambientale, come impronta di carbonio o consumo di risorse;
  • la tracciabilità della filiera, con informazioni sui passaggi produttivi;
  • la durabilità e riparabilità, incluse istruzioni di manutenzione;
  • la gestione del fine vita, con indicazioni su riuso, riciclo o smaltimento.

Non è quindi solo un’etichetta evoluta, ma un’infrastruttura informativa che abilita nuove pratiche industriali e decisionali. Il DPP è destinato a integrarsi con altri strumenti normativi UE (es. Regolamento Batterie, futuro Regolamento Imballaggi, CPR), configurandosi come elemento centrale dell’ecosistema dati sui prodotti.

Quali settori saranno coinvolti e quando?

Il DPP non riguarderà una nicchia di prodotti: l’obiettivo è coprire la quasi totalità dei beni fisici immessi sul mercato europeo. Tuttavia, l’implementazione sarà progressiva e guidata da priorità ambientali.

Secondo le roadmap europee, i primi settori coinvolti saranno:

  • le batterie: prime in assoluto, con obbligo previsto da febbraio 2027 per batterie industriali e per veicoli elettrici oltre i 2 kWh;
  • il tessile e calzature: tra i settori prioritari, con introduzione attesa tra 2027 e 2028, anche per contrastare il fast fashion;
  • l’elettronica e ICT: dispositivi come smartphone e computer, con requisiti progressivi attesi nella seconda metà del decennio (indicativamente 2028 o oltre, soggetti ad atti delegati);
  • l’arredamento: inclusi materassi e mobili, con tempistiche previste tra 2028 e 2030;
  • gli pneumatici: focus su prestazioni ambientali e microplastiche, con introduzione entro il 2027-2028.

Non solo i prodotti finali verranno interessati: per garantire la trasparenza delle filiere industriali, anche i componenti e i materiali intermedi (come acciaio, alluminio e ferro) avranno un DPP, con sviluppo graduale entro il 2030.

Le tempistiche precise saranno definite attraverso atti delegati specifici per ciascuna categoria di prodotto. Al 2026, ad eccezione del settore batterie (già regolato dal Regolamento UE 2023/1542), non esistono ancora obblighi DPP pienamente operativi per la maggior parte delle categorie.

Dal 2026: cosa devono aspettarsi le imprese

Il 2026 non segna ancora un obbligo generalizzato, ma rappresenta un anno di svolta operativa.

Le aziende saranno chiamate a:

  • adeguare i sistemi di raccolta e gestione dei dati lungo la filiera;
  • garantire qualità, coerenza e aggiornamento delle informazioni;
  • integrare il DPP nei processi di progettazione (design for sustainability);
  • collaborare con fornitori e partner per costruire una tracciabilità reale.

Il rischio, in questa fase, non è solo normativo ma anche competitivo: chi arriva preparato potrà trasformare il DPP in un vantaggio, chi lo subisce rischia costi e complessità maggiori. Costruire un DPP non significa semplicemente “raccogliere dati”, ma progettare un sistema informativo coerente con la filiera.

I passaggi chiave includono:

  1. Mappatura della supply chain
    Identificare tutti gli attori coinvolti e i flussi informativi disponibili
  2. Definizione dei dati rilevanti
    Non tutto serve: è fondamentale selezionare informazioni utili, verificabili e richieste dalla normativa
  3. Digitalizzazione e interoperabilità
    I dati devono essere accessibili e leggibili da sistemi diversi lungo la filiera
  4. Verifica e affidabilità
    Il DPP richiede dati credibili: audit, certificazioni e standard condivisi diventano centrali
  5. Accessibilità
    Le informazioni devono essere fruibili in modo semplice, ma differenziato a seconda dell’utente (azienda, consumatore, autorità)
  6. Allineamento agli standard tecnici emergenti
    Nel periodo 2025–2026 sono in sviluppo standard tecnici europei (CEN/CENELEC) e architetture dati comuni che saranno determinanti per garantire interoperabilità e conformità futura.

Oltre la compliance: un cambio di paradigma

Il Passaporto Digitale di Prodotto non è solo un adempimento normativo. È un cambio di paradigma. Introduce maggiore trasparenza, ma anche maggiore responsabilità: rende visibili inefficienze, impatti e scelte progettuali. Per questo, parlare di DPP significa parlare di ripensamento dei modelli produttivi, non solo di etichettatura digitale. La sfida per le imprese non sarà “avere un passaporto”, ma avere qualcosa di credibile da raccontare attraverso quel passaporto. In questo senso, il DPP si configura sempre più come leva strategica di competitività, oltre che strumento di compliance regolatoria.

Stefano Piovani

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